Dalla mia esperienza con l’ESDM, una riflessione su intensività, sostenibilità e opportunità di apprendimento nei contesti naturali.
Quando ho iniziato la formazione nell’Early Start Denver Model (ESDM), uno degli aspetti su cui ci siamo soffermati è stato il concetto di intensività: un intervento frequente, presente più volte durante la settimana.
Durante il mio tirocinio negli Stati Uniti ho potuto osservarlo concretamente, attraverso percorsi che prevedevano molte ore di intervento psicoeducativo. È lì che la parola “intensivo” ha assunto per me il suo significato più letterale: tempo e continuità per costruire occasioni di apprendimento e accompagnare lo sviluppo dei bambini.
Quell’organizzazione si inseriva però in un sistema di servizi e coperture assicurative diverso dal nostro. Tornando a lavorare in Italia, mi sono confrontata con le possibilità concrete delle famiglie.
Un percorso può essere utile e ben costruito, ma difficile da sostenere. Dieci ore di terapia privata a settimana, per esempio, comportano costi, spostamenti, orari di lavoro da riorganizzare. E tutto questo deve trovare spazio insieme alla scuola, agli altri figli, al riposo e alla vita familiare.
A volte è possibile, altre volte meno. La sostenibilità va considerata quando costruiamo un percorso, perché le possibilità organizzative di una famiglia non misurano il suo impegno verso il bambino.
Le opportunità che ci sono già
Nella mia formazione c’era un altro elemento che, nel tempo, ha assunto sempre più significato: il carattere naturalistico dell’intervento.
L’ESDM appartiene agli interventi naturalistici evolutivi e comportamentali, i cosiddetti NDBI. In questi approcci, interessi, gioco e routine offrono occasioni per sostenere competenze utili al bambino, attraverso scambi motivanti e conseguenze naturalmente collegate a ciò che sta facendo (Schreibman e colleghi, 2015).
Questi principi possono essere applicati anche in ambulatorio. Ma acquistano continuità quando trovano spazio negli ambienti che il bambino vive ogni giorno.
Durante la merenda può esserci un’occasione per fare una richiesta. Mentre ci si veste, per chiedere aiuto. Una canzone può diventare uno scambio di gesti, attese e iniziative.
La quotidianità contiene già molte possibilità di apprendimento. Possiamo imparare a riconoscerle e arricchirle, facendo spazio agli obiettivi condivisi con l’équipe dentro attività che hanno già un significato per il bambino. Anche la ricerca invita a guardare oltre il conteggio delle ore. Una meta-analisi di 144 studi non ha rilevato un’associazione positiva significativa tra quantità di intervento ed entità dei benefici. Questo non stabilisce quante ore servano a un singolo bambino, ma invita a evitare l’equazione automatica “più ore, più risultati” (Sandbank e colleghi, 2024).
Accompagnare chi vive con il bambino
Perché il lavoro raggiunga la quotidianità, la famiglia deve poter partecipare al percorso.
La stanza di terapia può diventare un luogo in cui osservare insieme il bambino, provare strategie e capire come adattarle a casa. Il genitore porta la conoscenza di suo figlio; la professionista aiuta a leggere ciò che accade e a individuare possibilità praticabili.
Serve più di un «fatelo anche a casa». Occorre scegliere insieme obiettivi rilevanti, routine adatte e strategie sostenibili, verificando nel tempo ciò che funziona.
Lo stesso vale per educatori, insegnanti e altri caregiver. Coinvolgerli permette di dare continuità al lavoro nei diversi ambienti, lasciando spazio alla spontaneità e al piacere di stare insieme.
Quando una competenza esce dalla stanza
«Dottoressa, come mai questa cosa qui la fa e a casa no?»
È una domanda che mi capita di sentire e che introduce un aspetto fondamentale: la generalizzazione, cioè la possibilità di utilizzare una competenza anche con persone, materiali e situazioni diversi da quelli in cui è stata appresa.
Chiedere aiuto alla terapista durante un gioco è un passo importante. Vogliamo poi che quella possibilità sia disponibile anche con un genitore, un’educatrice o davanti a una difficoltà nuova.
Nella mia formazione ESDM, scrivere gli obiettivi significava considerare anche con quali partner e in quali situazioni osservare la competenza. La generalizzazione va infatti accompagnata e verificata: i progressi osservati nel contesto di intervento non si trasferiscono sempre automaticamente altrove (Crank e colleghi, 2021).
È anche da questa consapevolezza che nasce Tocca a Te: affiancare al lavoro diretto con il bambino un percorso con le persone che si prendono cura di lui.
Le ore di terapia possono offrire occasioni preziose. Il lavoro sui contesti aiuta a dare loro continuità, perché ciò che il bambino impara possa trovare spazio anche nella sua vita di tutti i giorni.
Fonti e approfondimenti
Per chi desidera approfondire, questi sono alcuni dei lavori scientifici di riferimento sui temi citati nell’articolo.
- Schreibman, L., e colleghi (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45, 2411–2428. Leggi l’articolo
- Sandbank, M., e colleghi (2024). Determining Associations Between Intervention Amount and Outcomes for Young Autistic Children: A Meta-Analysis. JAMA Pediatrics, 178(8), 763–773. Leggi l’articolo
- Crank, J. E., e colleghi (2021). Understanding the Effects of Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: A Project AIM Meta-analysis. Autism Research, 14(4), 817–834. Leggi l’articolo



