Partire da ciò che piace

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Interessi, motivazione e relazione: uno dei motivi per cui ci siamo appassionate agli interventi NDBI.

Che cosa hanno in comune una psicologa clinica e una terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva?

Nel nostro caso, parecchie cose. A entrambe piacciono gli animali, la natura, la montagna, le lunghe passeggiate e la musica, entrambe attraverso due strade diverse lavoriamo con i bambini nella prima infanzia. Ma, se dovessimo individuare l’interesse che più di tutti ha caratterizzato la nostra relazione, professionale e personale, e ci ha motivate nel nostro progetto, non avremmo dubbi: quello per gli interventi evolutivo-comportamentali naturalistici, i Naturalistic Developmental Behavioral Interventions (NDBI).

Non volevamo, quindi, soltanto parlarvi di noi, ma introdurvi le tre parole chiave da cui partiamo oggi: interessi, motivazione e relazione.

A nostro parere, sono proprio queste tre parole il punto di partenza ideale per raccontarvi gli NDBI e ciò che, di questi interventi, ci ha appassionate.

Partire dalla motivazione

La motivazione è ciò che ci porta verso qualcosa, ci fa partecipare e ci spinge a cercare di nuovo un’esperienza che per noi ha valore. Negli interventi evolutivo-comportamentali naturalistici, gli interessi del bambino rappresentano un punto di partenza fondamentale: è proprio da questi che si parte per costruire occasioni di comunicazione, gioco e apprendimento.

Nel confronto con i genitori che interagiscono nel gioco con i propri bambini e desiderano inserire al suo interno nuove opportunità di apprendimento, c’è una domanda che ricorre spesso: “Dottoressa, devo togliere tutte le macchinine dalla cameretta? Altrimenti vuole giocare sempre con quelle e non riesco a coinvolgerlo in altro”.

Nella maggior parte dei casi, la risposta è no. Se quelle macchinine (o qualsiasi altro oggetto motivante) sono così interessanti, possiamo cominciare proprio da lì: farle correre insieme, creare un incidente buffo, nasconderle, costruire una pista, aspettare un gesto o uno sguardo prima di farle ripartire.

In alcune situazioni può essere utile modificare l’ambiente o gestire diversamente un oggetto particolarmente assorbente, ma la domanda che più spesso ci guida è: come possiamo sfruttare proprio questo interesse ed entrare nel suo gioco?

Gli NDBI integrano principi della scienza dello sviluppo e dell’apprendimento e utilizzano, tra le altre strategie, attività scelte o gradite al bambino, il controllo condiviso dell’interazione e le conseguenze naturali.

Quando il rinforzo è dentro il gioco

Qui entra in gioco un altro concetto che per noi ha molto senso nella pratica clinica: la differenza tra un rinforzo esterno all’attività e una conseguenza naturalmente collegata a ciò che il bambino sta cercando di ottenere.

Se chiediamo al bambino una risposta e poi gli offriamo un premio del tutto diverso, utilizziamo una conseguenza estrinseca rispetto all’attività. Negli NDBI si privilegiano invece, quando possibile, rinforzi naturali: se il bambino comunica che vuole far partire la macchinina, la conseguenza della sua comunicazione è proprio vedere la macchinina partire e continuare quel gioco.

Ci piace questa logica perché la comunicazione acquista immediatamente una funzione: produce qualcosa che ha senso per il bambino. E, dentro il gioco condiviso, può accadere un passaggio ancora più interessante.

Quando anche la relazione diventa motivante

All’inizio il valore dell’esperienza può essere soprattutto nella macchinina. Poi arrivano la nostra voce, l’attesa, il rumore buffo, lo sguardo reciproco, la sorpresa, la risata. La stessa macchinina, condivisa con qualcuno, può diventare molto più divertente.

È questa una delle direzioni che più ci interessa: partire da ciò che è già motivante per il bambino e costruire esperienze in cui anche comunicare, condividere e stare nella relazione acquistino progressivamente valore.

Il bambino comincia così a cercare l’altra persona per far continuare il gioco, ad aspettarne la reazione, a coinvolgerla. Ed è proprio in questi momenti che ci sentiamo soprattutto partner di gioco: abbiamo obiettivi precisi, osserviamo e sosteniamo l’apprendimento, ma lo facciamo cercando di diventare parte di un’esperienza che il bambino desidera continuare.

Tra i diversi modelli NDBI abbiamo scelto di approfondire in particolare l’Early Start Denver Model (ESDM), fino a completare entrambe il percorso di certificazione. Ma il perché proprio l’ESDM merita uno spazio tutto suo e ne parleremo in un prossimo articolo.

Oggi volevamo raccontarvi proprio come queste tre dimensioni, interessi, motivazione e relazione, si intrecciano tra loro. Nella nostra pratica clinica osserviamo ogni giorno quanto entrare negli interessi del bambino possa favorire la relazione: l’interazione diventa più motivante e cresce il desiderio di cercare l’altro e continuare a condividere il gioco.


Fonti e approfondimenti

Per chi desidera approfondire, questi sono alcuni dei lavori scientifici di riferimento sui temi citati nell’articolo.

  • Schreibman, L., Dawson, G., Stahmer, A. C., et al. (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45, 2411–2428. Link
  • Dawson, G., Rogers, S., Munson, J., et al. (2010). Randomized, Controlled Trial of an Intervention for Toddlers With Autism: The Early Start Denver Model. Pediatrics, 125(1), e17–e23. Link
  • Chevallier, C., Kohls, G., Troiani, V., Brodkin, E. S., & Schultz, R. T. (2012). The social motivation theory of autism. Trends in Cognitive Sciences, 16(4), 231–239. Link

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