Genetica, ambiente e apprendimento: cosa sappiamo oggi sullo sviluppo e perché intervenire precocemente può fare la differenza.
“Come sarà da grande?”
È una delle domande che mi viene fatta più spesso, a volte già durante i primi incontri con una famiglia, quando ancora ci stiamo conoscendo e stiamo cercando di comprendere insieme il bambino che abbiamo davanti.
Poi la domanda diventa più concreta: “Andrà a scuola come gli altri?” “Potrà frequentare l’università?” “Sarà autonomo?” “Avrà degli amici, una relazione, una famiglia?”
Confesso che qualche volta la prima risposta che mi verrebbe spontanea è: “Purtroppo non ho una palla di vetro”. Ed è vero. Non ce l’ho. Ma fermarsi lì significherebbe perdere la parte più importante di quella domanda.
Dietro una domanda sul futuro spesso c’è una paura
Perché quando un genitore chiede “come sarà mio figlio da grande?” spesso non sta chiedendo soltanto una previsione. Sta esprimendo una paura. Vorrebbe sapere se andrà tutto bene, vorrebbe ridurre un’incertezza che, quando riguarda il proprio bambino, può essere particolarmente difficile da tollerare.
È un meccanismo molto umano. Quando qualcosa è importante e allo stesso tempo incerto, la nostra mente cerca di anticipare ciò che potrebbe accadere e, soprattutto quando siamo preoccupati, tende facilmente a soffermarsi sugli scenari che temiamo di più: “E se non parlasse?” “E se non diventasse autonomo?” “E se non riuscisse ad avere delle relazioni?”
Non nego che in alcuni casi la tentazione di rassicurare dicendo: “Vedrà che andrà bene” può essere forte e potrebbe anche basarsi su ipotesi cliniche ragionevoli. Sicuramente, per qualche minuto, quella risposta potrebbe alleviare la paura. Ma sarebbe una certezza inconsistente, che nessun professionista può realmente offrire.
Per questo, invece di provare a indovinare il futuro, spesso preferisco fare un passo indietro e chiedere: “Cosa vi spaventa quando pensate al suo futuro?” “Quando mi chiedete se sarà autonomo, che cosa state immaginando?”
Perché la stessa domanda può contenere paure molto diverse. E comprenderle significa anche riuscire, almeno per un momento, a riportare lo sguardo su ciò che abbiamo davanti adesso.
Prima del futuro c’è il presente
Quando emerge una difficoltà nello sviluppo o arriva una diagnosi, infatti, può accadere che il futuro irrompa improvvisamente nel presente. Guardiamo un bambino di due, tre o quattro anni e stiamo già cercando di intravedere l’adulto che sarà.
Ma prima dell’adulto ci sono l’infanzia, il gioco, le relazioni, le scoperte, le difficoltà e gli apprendimenti.
Quegli anni non sono una sala d’attesa nella quale osservare se il bambino raggiungerà o meno un certo risultato finale. Sono la sua vita, adesso.
Prima ancora di chiederci quale università frequenterà, se vivrà da solo o se avrà una relazione, vale quindi la pena chiederci che cosa possiamo fare perché possa comunicare, partecipare, giocare, costruire relazioni, sentirsi competente e avere accesso alle migliori opportunità di apprendimento oggi.
Lo sviluppo non è un percorso già scritto
La buona notizia è che la ricerca ci dice che lo sviluppo che è un processo dinamico, nel quale caratteristiche biologiche, bambino, ambiente ed esperienze si influenzano continuamente nel tempo.
Il bambino agisce sull’ambiente e l’ambiente risponde. Un gesto può ricevere una risposta, quella risposta può rendere più probabile un nuovo tentativo di comunicazione, e quel nuovo tentativo può aprire a sua volta altre possibilità di interazione e di apprendimento.
Esperienze apparentemente piccole, ripetute giorno dopo giorno, diventano parte della traiettoria di sviluppo.
È proprio per questo che parliamo di traiettorie e non esiti fatti e finiti.
Gli studi longitudinali mostrano che anche bambini che condividono la stessa diagnosi possono seguire percorsi molto diversi nel tempo. Alcune competenze evolvono più velocemente, altre più lentamente; possono esserci periodi di accelerazione o di maggiore stabilità. (Fountain, Winter & Bearman, 2012; Gotham, Pickles & Lord, 2012)
Una valutazione può aiutarci a comprendere il presente, individuare bisogni e formulare delle ipotesi, ma non contiene già in miniatura l’intera vita futura di un bambino.
Una probabilità, insomma, non è una profezia.
Genetica, ambiente ed esperienze si influenzano nel tempo
La ricerca contemporanea ci invita a superare proprio questa contrapposizione: genetica oppure ambiente. Il patrimonio genetico e le caratteristiche neurobiologiche hanno un peso, ma lo sviluppo avviene sempre all’interno di un contesto e attraverso esperienze che interagiscono con le caratteristiche individuali.
Anche la ricerca sull’epigenetica offre un ulteriore livello di osservazione di questa relazione. L’epigenetica studia alcuni dei meccanismi che contribuiscono a regolare l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. La ricerca, soprattutto sperimentale, mostra che alcuni di questi meccanismi possono essere associati alle esperienze e alle condizioni ambientali. Si tratta però di processi complessi, che non consentono di prevedere in modo semplice come una specifica esperienza influenzerà lo sviluppo di un singolo bambino.
Per questo, parlare dell’influenza dell’ambiente non significa pensare che sia possibile modificare i geni, cancellare una condizione neuroevolutiva o determinare dall’esterno una specifica traiettoria. Significa, più concretamente, riconoscere che lo sviluppo avviene sempre nell’incontro tra le caratteristiche individuali del bambino e le esperienze che incontra nel tempo. Su queste esperienze possiamo intervenire: possiamo costruire contesti più accessibili, responsivi e ricchi di opportunità di comunicazione, relazione e apprendimento.
Possiamo farlo diventando attori protagonisti e agire mentre lo sviluppo è ancora in corso.
Perché l’intervento precoce può fare la differenza
L’intervento precoce lavora proprio sul presente per creare occasioni di comunicazione, apprendimento, partecipazione e relazione, sostenere l’ambiente nel riconoscere e valorizzare le competenze emergenti del bambino e aumentare le opportunità che incontra nella sua quotidianità. (Schreibman et al., 2015; Sandbank et al., 2023)
Non possiamo promettere a una famiglia come sarà il futuro del suo bambino. Possiamo però fare molto perché il presente sia più ricco di possibilità.
Ed è anche attraverso quel presente che, giorno dopo giorno, una traiettoria prende forma.
Fonti e approfondimenti
Per chi desidera approfondire, questi sono alcuni dei lavori scientifici di riferimento sui temi citati nell’articolo.
- Fountain, C., Winter, A. S., & Bearman, P. S. (2012). Six developmental trajectories characterize children with autism. Pediatrics, 129(5), e1112–e1120. Vai all’articolo
- Gotham, K., Pickles, A., & Lord, C. (2012). Trajectories of autism severity in children using standardized ADOS scores. Pediatrics, 130(5), e1278–e1284. Vai all’articolo
- Roth, T. L., & Sweatt, J. D. (2011). Epigenetic mechanisms and environmental shaping of the brain during sensitive periods of development. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 52(4), 398–408. Vai all’articolo
- Schreibman, L., Dawson, G., Stahmer, A. C., et al. (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45, 2411–2428. Vai all’articolo
- Sandbank, M., Bottema-Beutel, K., Crowley, S., et al. (2020). Project AIM: Autism intervention meta-analysis for studies of young children. Psychological Bulletin, 146(1), 1–29. Vai all’articolo
- Crank, J. E., Sandbank, M., Dunham, K., et al. (2021). Understanding the Effects of Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: A Project AIM Meta-analysis. Autism Research, 14(4), 817–834. Vai all’articolo
- Sandbank, M., et al. (2023). Autism intervention meta-analysis of early childhood studies (Project AIM): updated systematic review and secondary analysis. BMJ. Vai all’articolo



